Chronique d’un été
di Jean Rouch e Edgar Morin
Francia, 1961
Regia: Jean Rouch e Edgar Morin
Formato: 35 mm
Durata: 85 minuti
Fotografia: Raoul Coutard, Michel Brault,
Roger Morilière, Jean-Jaques Tarbes
Produttore: Anatole Dauman
Sei felice? Questa è la domanda che gli
autori del film hanno fatto a diverse
persone durante l’estate del 1960.
Attraverso questo gioco di
domanda/risposta comprendiamo le
speranze e le aspettative, così come il
modo di vivere e pensare di persone
diverse: studenti, lavoratori, artisti ecc.
Questo film è il prototipo del
“cinema-verità” ereditato da Dziga Vertov.
Le telecamere e i microfoni erano
nascosti, per far si che le persone
esprimessero liberamente i loro pensieri e
le loro riflessioni. Apparentemente le
risposte sembrano sincere, eppure
potremmo sempre dubitare delle scelte
fatte riguardo alle persone intervistate,
delle domande, cosi come della neutralità
della telecamera.
Per Chronique d’un été Jean Rouch usò
una “camera occhio”, un apparecchio
immagine-suono analogo a quello di
Leacock, sebbene meno perfezionato. Ma
per le riprese si servì di un metodo
pressoché inverso. Gli americani vogliono
essere dei testimoni, che registrano ciò
che accade davanti ai loro occhi senza
stimolare nessun gesto e nessuna parola,
si tratti del presidente Kennedy o di un
disoccupato venezuelano. Per loro, la
“camera occhio” è passiva. Per Rouche fu
essenzialmente attiva. In Chronique d’un
été al pari e ancor più che ne La pyramide
Humaine, essa fu non “un ostacolo
all’espressione ma anzi l’indispensabile
testimone che tale espressione motivava”.
Per filmare un ritratto di Parigi durante
l’estate del 1960, Rouch volle un
collaboratore, Edgar Morin. Come filo
conduttore fu scelta la domanda “siete
felici?” rivolta a persone in condizioni
sociali diverse. Ma le concezioni dei due
autori di fronte agli interpreti furono lungi
dal coincidere sempre, sia durante la
ripresa sia nella scelta degli elementi di
montaggio. Non esente da difetti, il film
costituisce una tappa molto importante
nell’evoluzione dell’arte cinematografica.
La maggior parte delle sequenze sono
degli sconvolgenti momenti di “cinema
sincerità” – anche se ciò non significa che
la loro verità non sia stata creata
mediante un particolare genere di
sceneggiatura documentaria.
Quando si tratta non più di rivolgere una
domanda, lungo il marciapiede, a un
passante qualsiasi, ma di studiare e
approfondire la questione della felicità,
quando occorre penetrare nella psicologia
di personaggi come Mary Lou (la
segretaria), Marceline (l’ex deportata),
Jean Pierre (lo studente), l’intervistatore
adotta un metodo così descritto dallo
stesso Jean Pierre: «Morin ha cercato di
creare degli stati critici, soprattutto nella
scena con Mary Lou. Ma sollecitare un
simile stato di eccitazione serve soltanto
ad arrivare a una crisi di nervi. E questa
crisi di nervi dovrebbe rappresentare la
verità di Mary Lou. Non bisogna cadere nel
diffuso errore di ammettere soltanto gli
stati critici per svelare la verità. Un uomo
in stato di crisi non rappresenta che un
momento di se stesso in rapporto alla sua
totalità».
Fondate o no che siano queste critiche al
metodo adottato, la crisi così provocata
trasformò l’italiana Mary Lou in una
straordinaria attrice tragica alla Anna
Magnani, e la sua bravura (cosciente o
meno) suscitò l’emulazione degli altri
interpreti del film. Marceline, l’ex
deportata, ha dichiarato: “Confesso di
essere stata influenzata da una sequenza
di Mary Lou che ho visto ai rushes. È in
quel momento che ho cambiato registro, e
ho teatralizzato la mia interpretazione. Pur
essendo sola con me stessa, mi riusciva
assai difficile di non atteggiarmi in modo
drammatico. Sapevo che questa
drammatizzazione avrebbe raggiunto,lo
schermo”.
La parte migliore del film è la sequenza in
cui Marceline, con un magnetofono a
bandoliera, passeggia monologando per
Parigi deserta, di ferragosto. Il culmine
drammatico è raggiunto quando essa
traversa le Halles Centrales, le cui vetrate
dalle intelaiature metalliche evocano le
stazioni donde partivano i deportati.
«Non posso dire che non fossi sincera –
ha detto Marceline – ma mi controllavo
costantemente. Nella scena del ricordo
della deportazione, io recitavo, in quanto
rivivevo qualcosa che avevo già vissuto.
Girando queste riprese, ho pensato a
Hiroshima (il film di Alain Resnais, G.S.). ho
poetizzato i miei ricordi. Pur essendo
lontanissima da una crisi, questa scena
resta sincera, in quanto con essa ho
espresso una certa realtà, in quanto
iricordi evocati sono ricordi veri.
In quel momento ho l’impressione di aver
raggiunto la “verità Marceline”, ma senza
esservi veramente implicata, avendo
completamente controllato e superato il
personaggio. Ho infatti la capacità di
“mettermi in una situazione” e nello stesso
tempo di controllare i miei gesti (…). Mi
sento molto distaccata dal personaggio
che vedo nel film. È un personaggio vero
ma non riflette il personaggio reale.
Sembra vero, ma non è la realtà».
Ci si può chiedere se un interprete è il
miglior giudice della propria stessa verità.
Nel novanta per cento dei casi, una
persona che sente per la prima volta la
propria voce registrata la trova sgradevole
e falsa, mentre essa viene riconosciuta
benissimo dagli altri.
L’importante, nelle sincere confidenze di
Marceline, è che essa riconosce di essersi
comportata come un’attrice (non
professionista, certo), di aver recitato una
parte davanti alla camera, di aver pensato
all’effetto che avrebbe provocato sullo
schermo, di aver persino rivaleggiato con
l’altra principale interprete, Mary Lou.
Nel caso di Chronique d’un été, l’uso della
“camera occhio” portava dunque, per
alcuni, ad una vera e propria regia di se
stessi: in virtù della sua sola presenza (e
indipendentemente dall’intervistatore,
nella scena della deportazione), la camera
diventava un personaggio del dramma.
G. Sadoul Da Dziga Vertov a Jean Rouch.
“Cinema verità” e “camera occhio”, in V.
Spinazzola (a cura di) , Film 1963,
Feltrinelli, Milano 1963, pp. 132-134.
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