Forza Italia (1977)
di Roberto Faenza
Dalla Ricostruzione alle stragi di Stato, dalla
politica filoamericana di De Gasperi fino alla
cronaca, irresistibile, di una cena di Nixon al
Quirinale, dalla sconfitta delle sinistre nel 1948
alla tragedia del Vajont, dallo scandalo Montesi
alle canzonette di San Remo, dall’ avvento del
centrosinistra alle prime avvisaglie del
compromesso storico, trent’anni di storia
italiana, senza commento fuori campo se non la
manipolazione di battute e rumori. Solo le
immagini di notabili e autorità (i protagonisti
del “racconto di un Paese dove i potenti sono
sempre gli stessi”) ed un uso satirico e derisorio
della musica. Usando migliaia di metri di
pellicole inutilizzati dagli archivi del Luce e
della Rai (gli impiegati che autorizzarono la
cessione di questo materiale agli autori vennero
severamente richiamati all’indomani delle
polemiche suscitate dal film), questo documentario
di montaggio che non ha eguali né prima né dopo la
sua realizzazione, condensava una sorta di
storiografia antropologica del “palazzo” rivelando
rituali, vezzi, cadenze sociali e linguistiche
della classe politica al potere dal dopoguerra e,
allo stesso tempo, riportava alla luce ritratti,
citazioni, scorci di questa storia seppelliti nel
buio della rimozione collettiva della memoria.
Uscito a fatica (nessuna delle maggiori
distribuzioni volle averci a che fare), ingaggiò
da subito una ininterrotta colluttazione con la
censura a partire dal manifesto (che era un
fotomontaggio del celebre quadro “Lezione di
anatomia” di Rembrandt). Finanziato dal contributo
statale dell’art. 28, ebbe un tale successo sin
dalle prime uscite nei cinema da poter restituire
il prestito del denaro pubblico. Osteggiato, come
era ovvio, dalla stampa moderata e dai funzionari
dei partiti di centro, dopo un’iniziale positiva
accoglienza all’anteprima a Firenze al Festival
dei Popoli, divise la critica, anche a sinistra,
non solo sul valore di una incursione politica e
satirica basata su un esplicita presa di
posizione, ma anche sull’utilità di un
contrapposizione culturale così frontale in un
momento in cui Dc e Pci dopo il successo di
quest’ultimo alle elezioni del 1976 studiavano,
come è noto, forme di compromesso nel governo del
Paese. Ma la vita del film presso il pubblico
terminò per un evento del tutto imprevedibile: il
rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. All’inizio
del dramma destinato a segnare in maniera
incontrovertibile il Paese, il film fu ritirato
dalle sale. Moro, protagonista della classe
politica ritratta impietosamente nel film, pare si
fosse lamentato all’inizio dello spazio ad esso
concesso dall’informazione. Eppure, nelle carte
ritrovate a sua firma nel covo di Via
Montenevoso, il leader scrive che il film di
Faenza è un documento impressionante per il
“linguaggio estremamente spregiudicato che i
democristiani usano al congresso tra un applauso e
l’altro all’onorevole Zaccagnini”. "Forza Italia!"
venne dimenticato per anni fin quando, nel 1993,
Rai Tre lo trasmise una domenica pomeriggio. Le
reazioni degli spettatori furono simili a quelle
scatenate dalla sua uscita in sala. E anche le
proteste dei politici.
Roberto Faenza è nato a Torino nel 1943. Diplomato
al Centro Sperimentale di Cinematografia ha
esordito alla regia, nel 1968, con "Escalation"
seguito a ruota da "H2S", uscito l’anno
successivo. Docente universitario dal 1970 negli
Stati Uniti e dal 1977 a Pisa, si è a lungo
interessato di controinformazione, interrogandosi
sui meccanismi dei mass-media, ed ha pubblicato
sull'argomento alcuni libri (“Gli americani in
Italia”, scritto nel 1976 con Massimo Fini, “Senza
chiedere permesso”, “Il malaffare. Tra abbondanza
e compromesso”, “Fanfan la tivù”) di notevole
interesse.
Sempre nel 1977 ha fondato la cooperativa Jean
Vigo, con cui ha prodotto "Forza Italia!" (1977),
a cui è seguito nel 1980 "Si salvi chi vuole".
Nel 1983 ha girato a New York il giallo
"Copkiller", e dopo qualche anno, nel 1989, ha
diretto Kristin Scott Thomas, Keith Carradine e
Miranda Richardson nel drammatico "Mio caro dottor
Gräsler", tratto da Schnitzler. Nel 1993 ha vinto
il David di Donatello come miglior regista per il
film "Jona che visse nella balena", storia di un
bambino e dei suoi genitori reclusi in un campo di
sterminio nazista. Due anni più tardi, ha lavorato
con Marcello Mastroianni in "Sostiene Pereira"
(1995), dal celebre romanzo omonimo di Antonio
Tabucchi. Nel 1997 il suo "Marianna Ucrìa" ha
vinto numerosi premi: sia il David che il Nastro
d'argento per la fotografia di Tonino Delli Colli
e per le scene e i costumi di Danilo Donati. Anche
il film successivo "L’amante perduto" è un
adattamento per il cinema di un noto romanzo,
"L’amante", di Abraham B. Yehoshua. Negli ultimi
anni ha girato film con temi molto diversi tra
loro: "Prendimi l’anima" (2003), sulla storia
d’amore tra Sabina Spielrein e Carl Gustav Jung,
"Alla luce del sole" (2004), sulla vita di Don
Puglisi, sacerdote palermitano ucciso dalla mafia
e "I giorni dell’abbandono" (2005), quest’ultimi
due interpretati entrambi da Luca Zingaretti. Il
suo ultimo lavoro, "I vicerè", con Lando Buzzanca,
Alessandro Preziosi, Cristiana Capotondi e Lucia
Bosè è in post-produzione.
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