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Daddy
di Peter Whitehead

Regia, fotografia, montaggio: Peter Whitehead
Soggetto: Peter Whitehead, Niki de Saint Phalle
Fotografia, montaggio: Peeter Whitehead
Assistenti alla regia: Nicholas Philips, Douglas Macintosh
Costumi: Marc Bohan, Philippe Guibourgé
Produttore associato: Tom G. Newman
Interpreti: Niki de Saint-Phalle, Rainer von Diez, Clarice Mary [Gwynne Rivers], Mia Martin, Marcel Le Franc, Sepie Imhof, Jean Pierre Raynoud.
Origine: GB/Fr, 1973
Formato: 16mm, b/n e colore
Durata: 87 min.


Quello che era iniziato come una sorta di documentario sulla scultrice francese Niki de Saint Phalle si trasforma durante le riprese in una specie di psicodramma gotico in cui una donna tenta di esorcizzare e vendicare l’influenza di un padre stupratore e pedofilo. Niki de Saint Phalle e la modella adolescente Mia Martin sono le protagoniste in una spietata caccia all’uomo, recitando le fantasie più nascoste e inconfessabili, rivendicando la propria femminilità indomita su uno sconfitto padre-patriarca interpretato da Reiner von Diez.

Oscillando fortemente tra l’espressionismo tedesco (a volte seriamente usato come riferimento e parodiato – pastiche di Lili Marlene) e l’underground newyorchese, il film porta una parola, e per la prima volta senza dubbio una parola totalmente femminile, d’una violenza inaudita. […] Affrancandosi da tutte le convenzioni morali, interamente basato sul cerimoniale, il simulacro e l’assenza di pudore […] Daddy assomiglia visivamente a una festa pagana. Un olocausto. Raffinato, d’una ironia estrema aggressiva e virulenta, interamente fondata sulla rivendicazione di una società di piacere (cfr. la scena sbalorditiva dove la madre, maledicendo il padre, spiega come gli uomini hanno utilizzato il piacere a loro profitto).
L’immaginario deflagra, con i suoi affreschi grotteschi, osceni, derisori (sequenza finale, con il padre crocifisso e fuso nella materia, dove non restano che i rottami di un modellino di Jumbo Jet) e scioccanti (la lezione di orgasmo data da Niki de Saint-Phalle all’adolescente chiamata a eccitare Daddy), Niki de Saint-Phalle stessa, mascherata da amazzone stile Gorge Sand (in travestimento lesbo) o con la parrucca biondo cenere diventa simbolo della bisessualità – vedere anche come una volta morto il padre resusciti come una sorta di angelo effeminato.
Lo scandalo, diceva Pasolini nell’Edipo Re, è il solo modo di scalfire la crosta della realtà. Daddy, in questo senso, è un film scandaloso e scioccante nel migliore senso del termine. Una mirabile esibizione d’Eros sul campo (di tiro: Niki fucila suo padre) della psicanalisi.
Michel Grisolia, «Cinéma», n.185, Marzo 1974






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