12 Febbraio 2026

Cinque minuti con… Emanuele Tresca

Prosegue la nostra rubrica Making Waves, in cui incontriamo i filmmaker (e non solo) che hanno accompagnato gli ultimi anni del festival.

 

BFF crede nella prossima generazione di cineasti, ed è in quest’ottica che abbiamo intervistato Emanuele Tresca (classe 2000), filmmaker indipendente, sul suo Mambo Kids che ha avviato il proprio percorso a BFF43. Il film è stato presentato in pitch all’interno di (IN)EMERGENZA, il programma di sostegno al cinema indipendente italiano di BFF Industry, vincendo il Premio Cinecittà. Il corto è stato selezionato nella sezione Generation 14plus della 76ª Berlinale, dove verrà proiettato in prima mondiale!

 

Com’è stata la tua esperienza ad (IN)EMERGENZA a BFF43? Cosa pensi di questo programma?

Bellaria è il mio festival di riferimento da quando ho iniziato a frequentarlo da spettatore quattro anni fa. Trovo sempre un’energia e una voglia di guardare al cinema in modi esplorativi e curiosi, di cercare una strada insieme per capire dove andare e come arrivarci. È un posto magico, sul serio, e l’esperienza a (IN)EMERGENZA ne è stata ancor di più la conferma. Quando siamo arrivati non pensavamo di essere presi così “sul serio”, l’unico corto nel percorso, e per di più davvero minuscolo. Invece ho sentito per la prima volta che qualcuno aveva voglia di ascoltare e di costruire con noi un’idea di cinema, una visione, aiutarci a portarla avanti e farla camminare. Non mi sono sentito solo, non mi sono sentito piccolo o marginale, ma parte di un percorso condiviso che con fatica e resistenza si sta portando avanti in un luogo in cui il cinema di tutti viene preso davvero sul serio. Al di là del premio ricevuto, è stata finalmente un’esperienza umana, in cui poter credere che il cinema è fatto di relazioni, di compartecipazione.

 

Da dove nasce l’esigenza di realizzare Mambo Kids? Perché questa storia?

 

Sono nato e cresciuto a Caserta, e come in ogni città di provincia, soprattutto giù al Sud, a un certo punto ti viene detto di andartene. Senti crescere nei coetanei, nei genitori, negli insegnanti, parole cariche di frustrazione, di desideri inevasi e impossibili, di noia. Si costruisce collettivamente una visione di città da cui scappare, da cui allontanarsi, per non restare impantanati, provinciali, meridionali. Non ne faccio una colpa, né giudico nessuno, è semplicemente una cosa che succede, ordinaria. E allora anch’io me ne sono andato, e da quando ho lasciato la mia città non ho mai smesso di pensare a questo film. Negli ultimi sei anni ho studiato, ho cambiato il mio sguardo e i miei posizionamenti, e ho cercato di approfondire il perché mi sentissi così a disagio nell’essermene andato, cosa significava davvero per me e, soprattutto, se mai un giorno sarei potuto tornare. Credo di aver fatto un percorso di de-romanticizzazione, di aver tolto di mezzo la nostalgia e la malinconia di un paesaggio che “non puoi” avere, e di aver provato a mettere nel film le domande che poi mi hanno spinto a trasferirmi di nuovo a casa: che cosa c’è di davvero importante in questo posto, che cos’è che mi spingerebbe a restare? E che cosa manca, invece, che mi spinge ad andar via?

 

 

Da giovane regista, cosa ne pensi della situazione di autori e autrici emergenti in Italia?

 

Ho fatto pace con la possibilità che non vivrò mai solo facendo i miei film. Credo che questo valga un po’ per tutti i miei coetanei, e che ci porti davvero a relazionarci con la domanda di che cosa significa fare cinema oggi. Per me, ad esempio, c’entra anche molto la divulgazione, il cinema partecipativo, riportare il cinema ad essere uno strumento comunitario e non elitario di espressione. In cui dalla produzione alla distribuzione sia una cosa di tutti. E vedo che in molti amici e colleghi l’attitudine è la stessa. Abbiamo una concezione più olistica del cinema forse, che si interseca con dove vogliamo vivere, dove vogliamo stare, cosa possiamo e vogliamo fare per i nostri territori, le nostre città, le nostre province. Ci stiamo decentralizzando, e lo trovo bellissimo. E luoghi come Bellaria sono l’anima di questo processo, è dove ci ritroviamo e ci confrontiamo su quello che vogliamo fare e su ciò che abbiamo fatto, e dove nuove spinte e direzioni si creano dalla collaborazione. È un nuovo modo di intendere la globalizzazione forse, di appropriarci di un modo fluido e interconnesso di relazionarci gli uni agli altri senza svuotarlo di significato, ma anzi riempiendolo politicamente. Stare vicini nella distanza. E qui mando un abbraccio gigante a Cesare e Cecilia di Approdi perché è da loro che ho capito tutto questo.

 

Cos’è per te oggi il cinema indipendente? E cosa pensi sia il suo futuro? Non tanto come genere cinematografico, ma come identità e modo di fare cinema.

 

Penso sia un po’ quello che ho detto prima. Che sia intrinsecamente legato, oggi, alla relazione con i luoghi. Credo che quello che ci sia di più interessante nel cinema indipendente oggi è proprio questa sua possibilità di slegarsi da ottiche accentratrici, che vogliono i film fatti in un certo modo e soprattutto, a rischio di essere ripetitivo, in un certo luogo. Gli spazi che stiamo riscoprendo grazie alla libertà di fare film più piccoli, più semplici, e più radicali, sono spazi che nutrono un nuovo immaginario e una nuova Utopia. E sento che sia davvero un lavoro collettivo. Credo che ognuno di noi si stia nutrendo delle storie degli altri, delle sfide degli altri, e che il cinema indipendente possa diventare uno spazio che esula dalla competizione ma si pone come obiettivo quello di cercare insieme una direzione.
Ovviamente non ignoro che ci sia una questione produttiva importante: facciamo film più piccoli perché abbiamo budget più piccoli, anzi ridotti all’osso, appoggiandoci ancora a quelle poche forme di sostegno pubblico che stanno erodendo sempre di più, o meglio accentrando nelle mani dei grandi produttori e distributori. Ma questo è diventato anche un posizionamento e una scelta: abbiamo budget più piccoli anche perché vogliamo fare film più piccoli, per non scendere a compromessi, per cambiare il modo di fare cinema. Penso che questa sia una fase importante, soprattutto per gli autori emergenti, e dobbiamo essere bravi a coglierne le possibilità, i rischi, e le contraddizioni.