Cinque minuti con… Micol Roubini
Prosegue la nostra rubrica Making Waves, in cui incontriamo filmmaker (e non solo) che hanno accompagnato gli ultimi anni del festival.
Abbiamo intervistato Micol Roubini, la regista del film La montagna magica in concorso Gabbiano BFF43, che ha vinto Miglior film per l’innovazione cinematografica. La sua ricerca indaga gli equilibri tra uomo e territorio, tra sistemi culturali e morfologia del paesaggio, tra storia, migrazioni e memorie individuali. Dal 2021 insegna Nuovi linguaggi della comunicazione visiva al CFP Bauer a Milano.
Com’è nato il film La montagna magica? Perché questa storia?
Stavo facendo delle ricerche su dei territori che fossero fortemente manipolati dall’uomo e che fossero in disuso come cave, dighe dismesse, corsi di fiumi deviati…e ho scoperto l’esistenza dell’Amiantifera di Balangero, a una trentina di kilometri da Torino, un tempo la miniera d’amianto più grande d’Europa, da quarant’anni il più vasto sito sotto bonifica in Italia. Al suo interno, al posto della montagna originaria, c’è una voragine dantesca profonda trecento metri e una seconda montagna posticcia, oggi interamente ricoperta da vegetazione, costituitasi coi detriti tossici dell’attività estrattiva. È un’area a cui non si può accedere se non con tute e mascherine di sicurezza e di cui, stranamente, pochissimi hanno memoria. Il fatto che oggi sia un luogo semisconosciuto, marginale, in contrasto con l’importante storia industriale del luogo (prima che si scoprissero gli aspetti nocivi dell’amianto, la miniera in attività per 70 anni, è stata una delle eccellenze della storia italiana) mi è sembrato particolarmente emblematico. Dopo alcuni sopralluoghi, dopo aver letto i testi di Italo Calvino e Primo Levi che descrivono la miniera quand’era in attività, ho deciso di provare a raccontare il presente di questo territorio in relazione non solo al suo passato, ma anche all’eredità futura.
In che modo il film utilizza il paesaggio per riflettere sul rapporto tra essere umano, memoria e sfruttamento del territorio?
Il film, come anche l’installazione d’arte multicanale e la pubblicazione che fanno parte dell’omonimo progetto, ragionano in termini di ecosistema. Un ecosistema costituito da una montagna sventrata, dalla vegetazione che ricresce in maniera spontanea e indotta, dalle presenze animali che ripopolano il territorio rinselvatichito, dalle antiche leggende sulle proprietà magiche dell’amianto e dal mondo onirico notturno di chi oggi ancora vive nei paesi prossimi alla miniera. Mi interessava soffermarmi sulle tracce più labili di questa storia così complessa, lontano dai sensazionalismi che l’amianto accoglie nel suo immaginario. E così nel film ad esempio si parla di un lichene, l’unico organismo noto all’uomo – scoperto proprio lì – in grado di metabolizzare l’amianto, e purtroppo inutilizzabile per la bonifica, per la lentezza con cui cresce. Ma sono raccontati anche i sogni notturni emersi nel lungo processo di ricerca all’interno della comunità locale. E i sogni rilevano in profondità, come dei carotaggi, le memorie e le ferite di questo territorio. Appena sotto il sottile strato di terra e piante che oggi ricopre l’area, serpeggia ancora l’antica fascinazione per i filamenti luccicanti d’amianto con cui si proteggevano le reliquie di re e santi, e con cui fino agli anni ’70 del secolo scorso si producevano un’infinità di materiali e manufatti d’uso quotidiano e industriale. Nel film tutti questi elementi coesistono e risuonano tra le rocce friabili e i boschi lussureggianti della miniera, quasi fossero emanazioni della montagna stessa. Nel montaggio del suono si è molto lavorato sulle sonorità che il luogo doveva restituire e sulle musiche, in modo da creare un’atmosfera onirica, fluttuante, in bilico tra sogno e realtà.
Cos’è per te oggi il cinema indipendente? E cosa pensi sia il suo futuro? Non tanto come genere cinematografico, ma come identità e modo di fare cinema.
Cosa sia il cinema indipendente oggi è una questione davvero complessa. Da un lato, specialmente in Italia, il sistema è al collasso e il cinema indipendente è sicuramente poco valorizzato. Questo naturalmente rende molto difficoltosa la questione di come produrlo, finanziarlo, renderlo visibile. Al tempo stesso ci troviamo in un momento storico in cui sono privilegiate le dicotomie di pensiero e tutto viene fagocitato in maniera acritica a una velocità impressionante.
Il cinema indipendente per me oggi è quello che mantiene la capacità di rimanere a galla in questi meccanismi, con lucidità, con lentezza se possibile, opponendosi alle visioni miopi, sollevando le criticità delle storie che racconta. È un cinema che si prende il tempo di guardare al fondo delle cose, un atto politico intimo, lontano dal clamore degli slogan. È difficile prevedere come tutto possa evolversi, ma penso che la vera risorsa del cinema indipendente oggi più che mai, risieda nella capacità di poter ragionare più liberamente, specialmente sul piano delle forme di fruizione, adattandosi ai tempi e ai medium. Questa a mio avviso è una delle strade su cui serve e servirà ragionare.
Capitalismo, progresso, sfruttamento, parole culturalmente dense. A tal proposito, secondo te, c’è un parallelismo tra il modo nel quale gestiamo le risorse naturali e il cinema di oggi?
La produzione culturale è iscritta a sua volta inevitabilmente nei meccanismi che alimentano ogni altra attività umana e la nostra, da molto tempo purtroppo, è l’era del progresso a qualunque costo. Ci si sente onnipotenti, si pensa di poter manipolare quello che abbiamo attorno con conseguenze minime o reversibili, il profitto giustifica senza difficoltà anche danni collaterali ingenti. Il cinema storicamente, da subito, ha fatto propri questi meccanismi e questo tipo di narrazioni, è un linguaggio estremamente elaborato, “pesante” in termini di mezzi e risorse umane. Non è esente per sua natura da una sorta di sciacallaggio, di appropriazione di luoghi e storie. Mentre il documentario, il cinema sperimentale, la video arte erano gli ambiti in cui in passato più spesso affioravano visioni alternative, differenti. È impossibile e sarebbe sbagliato generalizzare, ma paradossalmente nel cinema di oggi, perlomeno in molti casi, c’è una sensibilità maggiore, una certa coscienza ecologica, umana, un’apertura di sguardi, riflessioni, geografie che un tempo sarebbe stata impensabile. E il cinema indipendente in questo è spesso una risorsa preziosissima, un antidoto alla visione monolitica dell’umanità che non ha altre opzioni se non progredire all’infinito, consumare, distruggere.