24 Febbraio 2026

Cinque minuti con… Silvia Perra & Ferruccio Goia

Cinque domande a Silvia Perra e Ferruccio Goia, due dei quattro co-registi di Nella colonia penale (anteprima mondiale a BFF43): dalle origini del progetto al linguaggio dello slow cinema, fino alle sfide e al futuro del cinema indipendente. Il film è stato selezionato al Festival di Locarno 2025 e ha ottenuto il Premio Salani 2026 al Trieste Film Festival.

 

Da dove nasce l’esigenza di realizzare Nella colonia penale? Perché questa storia?

 

Silvia: Il film Nella colonia penale nasce da un’idea del produttore Nicola Contini, socio della casa di produzione sarda Mommotty. L’esigenza di raccontare questa realtà deriva dal fatto che in Sardegna esistono ancora oggi tre delle ultime colonie penali attive in Europa. La colonia penale dell’Asinara, chiusa nel 1998, è oggi un parco nazionale. Le colonie penali, oggi dette anche case di lavoro all’aperto, sono un regime detentivo speciale in vigore dalla fine dell’Ottocento. Parliamo di luoghi difficilmente accessibili, spesso lontani dai centri urbani, e proprio per questo poco conosciuti dal grande pubblico. Da qui è nata la volontà di mettere in luce una realtà ancora largamente sconosciuta. Pensando il film come un progetto collettivo, Mommotty ha deciso di affidarne la regia a quattro registi, assegnando a ciascuno il racconto di una diversa colonia penale: Isili a Gaetano Crivaro, Mamone a me – Silvia Perra –, Is Arenas a Ferruccio Goia e l’Asinara ad Alberto Diana. È nato così un lavoro collettivo in cui questi luoghi diventano specchio della nostra società e del tempo che abitiamo.

 

Ferruccio: Nicola Contini ci conosceva già grazie a precedenti collaborazioni e ha scelto di lavorare con noi per la nostra esperienza nel documentario e nelle tematiche sociali. Ci è stata proposta l’opportunità di esplorare il tema della detenzione attraverso lo studio delle colonie penali in Sardegna, ed è stata un’occasione unica per dare voce a un mondo ermetico e poco conosciuto. Abbiamo scelto di indagare un sistema detentivo, eredità del passato, proprio quando questo modello di controllo stava affrontando un declino irreversibile. Il nostro intervento come autori è stato cruciale per sviluppare il progetto in modo collaborativo, cercando di trovare una formula che unisse le nostre idee e visioni. Abbiamo dedicato particolare attenzione alla condizione dei detenuti nelle colonie penali oggi: lavorano nei campi, allevano animali e si muovono liberamente all’interno della vasta struttura, senza essere costantemente sorvegliati da agenti di polizia penitenziaria. Anche se guadagnano in libertà di movimento e contatto con l’aria aperta, perdono in termini di relazioni umane. Infatti, l’isolamento di questa comunità carceraria rispetto ai centri abitati circostanti genera una desertificazione sociale, rendendo difficile costruire ponti tra il dentro e il fuori.

 

Come sta andando con la distribuzione del film? State incontrando un vostro pubblico? Riuscite ad avere un dialogo?

 
Silvia: Ci tengo a dire che prima dell’uscita in sala, il film è stato proiettato nei luoghi dove è nato: nelle stesse colonie penali, con detenuti e agenti di polizia penitenziaria come primi spettatori. Per noi è stato un gesto necessario, un atto di restituzione verso chi ci aveva donato il proprio tempo e la propria fiducia. Il film è stato presentato in anteprima il 4 febbraio all’Alkestis di Cagliari, facendo il tutto esaurito. L’incontro con il pubblico è stato intenso e generoso: uno spazio di ascolto e di dialogo, proseguito nel confronto con i registi durante il Q&A. Molti spettatori sono rimasti colpiti dalla scoperta di una realtà che non conoscevano. Allo stesso tempo, una parte del pubblico ha mostrato una particolare vicinanza al mondo carcerario: tra gli spettatori ci sono state persone che conoscono qualcuno che ha lavorato in carcere, insegnanti che hanno svolto la loro attività all’interno delle strutture penitenziarie, oppure persone che, attraverso il film, hanno potuto riattivare un legame personale e familiare con quel luogo. Il film è stato in sala a Cagliari fino all’11 febbraio, poi prosegue il suo cammino in altre sale oltre la Sardegna, incontrando sguardi diversi in tutta Italia. Una proiezione si terrà anche a Bologna il 28 febbraio, nell’ambito della rassegna del Bellaria Film Festival con Làbas. Siamo molto felici e onorati di questa possibilità e invitiamo tutti a venire a scoprire il nostro film.

 

Ferruccio: Il film ha debuttato al Bellaria Film Festival 2025, in un contesto ricco di spettatori. Da quel maggio, ha intrapreso un lungo e fortunato percorso festivaliero, passando per Locarno, Bergen, Trieste e altri luoghi.

 

 

Nel film il dispositivo di sorveglianza e repressione sembra ripetersi in modo immutabile. Esiste, secondo voi, un’alternativa possibile a questo sistema di controllo? E il cinema può contribuire a immaginarla?

 
Silvia: Nel film il dispositivo di sorveglianza e repressione sembra ripetersi in modo immutabile perché siamo di fronte a un modello che non è solo una forma di detenzione, ma una struttura profonda della nostra società. Le colonie penali non sono “carceri classiche”: qui la pena si espia dentro spazi aperti, tra attività agricole, allevamento e manutenzione, e ogni persona sconta la sua pena alternando il tempo della detenzione a un lavoro quotidiano che somiglia, per ritmo e disciplina, a quello di un lavoratore salariato. È proprio questa sovrapposizione, tra detenzione e lavoro, tra controllo e produttività, a rivelare quanto queste istituzioni siano un’emanazione della società che le produce e non un “altrove” rispetto alla nostra normalità. Anche nella forma più aperta e apparentemente meno rigidamente repressiva, la logica del controllo resta attiva, intrecciata alla forza del lavoro, alla routine e alla disciplina quotidiana. Immaginare un’alternativa possibile significa allora ripensare il concetto di giustizia, il rapporto tra libertà e responsabilità, e il modo in cui trattiamo chi transita attraverso il sistema penitenziario. Il cinema può contribuire a questo pensiero perché offre uno spazio sospeso: rallenta il tempo, rende visibili dinamiche altrimenti invisibili, e permette allo spettatore di confrontarsi con realtà che spesso non conosce. In questo spazio di visione e immaginazione, forse possiamo iniziare a pensare a forme diverse di convivenza, che non siano soltanto ripetizione dei sistemi di controllo esistenti, ma che aprano la strada a relazioni più complesse e umane.

 

Ferruccio: Un’alternativa può emergere solo se smantelliamo questo sistema obsoleto e lo sostituiamo con un approccio più moderno. È fondamentale investire nella rieducazione piuttosto che nella punizione. Finché continueremo a pensare che il detenuto debba scontare la propria pena attraverso la privazione della libertà, seguendo un codice punitivo anziché educativo, non considereremo il fatto che un giorno questa persona tornerà in libertà. Come agirà? Esisterà un sistema che le permetta di reinserirsi nella società e nel lavoro? Queste sono domande cruciali che dovrebbero interessare tutti. Questo film, pur nella sua piccola dimensione, offre uno sguardo su un mondo poco conosciuto e potrebbe contribuire al dibattito civile sulla detenzione contemporanea. Occorre, però, ripartire dalla formazione primaria, modernizzando l’educazione nelle scuole e trasformando il sistema giudiziario. Dobbiamo superare il modello repressivo, che si riflette anche nell’istruzione e nell’educazione sociale, dove si crede ancora che punizione e controllo siano i giusti strumenti per il progresso della società. Finché non cambieremo questo sistema radicato, il dispositivo di sorveglianza e repressione continuerà a perpetuarsi senza sosta.

 

Qual è il vostro sguardo sullo slow cinema oggi? Pensate che abbia ancora spazio e forza nel panorama contemporaneo? Può essere letto come una forma di resistenza al ritmo e al consumismo dell’industria cinematografica?

 
Silvia: Lo slow cinema oggi non è tanto una scelta estetica quanto una presa di posizione. In un panorama dominato dalla velocità, dalla frammentazione e dal consumo continuo di immagini, rallentare diventa un gesto politico prima ancora che formale. Significa restituire tempo allo sguardo e fiducia allo spettatore, permettergli di abitare le immagini invece di attraversarle distrattamente. Nel nostro film abbiamo scelto volutamente di rispettare i tempi reali della detenzione, i silenzi, le pause, le ripetizioni quotidiane che scandiscono la vita all’interno delle colonie penali. Accelerare avrebbe significato tradire la natura stessa di quei luoghi e delle persone che li abitano. Credo che lo slow cinema abbia ancora spazio e forza oggi proprio perché si pone in controtendenza rispetto al ritmo e al consumismo dell’industria cinematografica. Non propone un’esperienza immediata o rassicurante, ma un tempo altro, necessario. In questo senso può essere letto come una forma di resistenza: un modo per restituire complessità al reale e dignità allo sguardo, sia di chi filma sia di chi guarda. È un invito a stare dentro le immagini, non a passarci sopra.

 

Ferruccio: Personalmente, nutro una profonda convinzione nel valore di un cinema che si prenda il tempo necessario per sviluppare le sue storie. Credo in film che lasciano respirare i personaggi e gli ambienti, invitando noi spettatori a riflettere attivamente su ciò che vediamo e a immergerci in modo rispettoso nelle immagini. Questo approccio è ancora più cruciale oggi, in un’epoca in cui spesso si misura la qualità di un film in base alla velocità dei montaggi e a ritmi sempre più frenetici, simili a quelli della pubblicità. Vivo in Norvegia e qualche anno fa ho scoperto che la televisione nazionale ha lanciato un canale dedicato allo slow tv. Propone lunghe riprese senza tagli di mezzi in movimento, come il viaggio in tempo reale del treno Oslo-Bergen che dura 10 ore, o il tragitto del postale dei fiordi per un’intera settimana, il che ha attratto un numero crescente di spettatori. Questo dimostra che c’è bisogno di un’educazione allo sguardo, di un’attitudine verso i tempi lenti, rispettando i ritmi propri di ogni racconto.

 

Cos’è per voi oggi il cinema indipendente? E cosa pensate sia il suo futuro? Non tanto come genere cinematografico, ma come identità e modo di fare cinema.

 
Silvia: Per me oggi il cinema indipendente è prima di tutto una posizione, più che una categoria produttiva. È la scelta di non adeguarsi automaticamente a un sistema di regole, tempi e aspettative che spesso rischiano di uniformare le storie e gli sguardi. È un modo di fare cinema che nasce dalla necessità, non dalla strategia. Il cinema indipendente accetta la fragilità: budget ridotti, percorsi più complessi, una visibilità meno immediata. Ma proprio in questa fragilità trova la sua forza, perché permette una relazione più diretta con il reale e con chi guarda. Forse perde una parte di pubblico, ma ne incontra un’altra, più disponibile all’ascolto e alla complessità. Credo che il suo futuro stia proprio qui: non nel competere con l’industria, ma nel continuare a esistere come spazio di libertà, di rischio e di ricerca. Finché ci sarà il bisogno di raccontare storie che non trovano posto altrove, il cinema indipendente continuerà a essere necessario.

 

Ferruccio: Oggi, il cinema indipendente è uno spazio creativo essenziale, dove i registi possono esprimere la propria visione senza le pressioni delle produzioni mainstream. Qui, la libertà d’espressione può davvero fiorire, permettendo di affrontare temi e storie spesso trascurate dal cinema commerciale. Con budget limitati a disposizione, i cineasti indipendenti possono sperimentare e osare, trattando questioni sociali e culturali con un approccio più audace. Per me, fare cinema in modo indipendente è l’unico modo autentico. Questo approccio consente una vera espressione creativa e offre opportunità di dialogo e riflessione. La libertà artistica è fondamentale e consente di sviluppare storie che risuonano profondamente con il pubblico. In questo contesto, è cruciale la fiducia tra regista e casa di produzione; una produzione indipendente, libera da vincoli corporativi, può sostenere la visione dell’autore, aiutandolo a realizzare opere che riflettano la sua esperienza e i suoi valori. Rivolgendosi al futuro, il cinema indipendente manterrà un ruolo chiave nella cultura contemporanea, grazie a sale cinematografiche coraggiose che scelgono di programmare opere audaci. Questi spazi vitali offrono visibilità a storie uniche, spesso ignorate dal mercato commerciale. È essenziale che il cinema indipendente preservi la sua identità, continuando a raccontare narrazioni originali e dando voce a chi è trascurato. Piuttosto che considerarlo un fenomeno di nicchia, dobbiamo vederlo come un movimento in grado di influenzare profondamente il panorama cinematografico. Le sale che supportano il cinema indipendente diventano quindi luoghi di innovazione, stimolando dibattiti e ispirando il pubblico con esperienze cinematografiche significative.